Pierfrancesco Pacoda: il mercato della musica

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Intervistiamo oggi Pierfrancesco Pacoda, esperto in comunicazione nel settore della Musica e Docente del Dams di Bologna e del Master in Comunicazione Musicale dell’Università Cattolica di Milano

Start-up per imprese culturali settore musica

Durante il corso di specializzazione “L’impresa culturale: start-up per il cinema e l’industria musicale”, Pierfrancesco Pacoda tratterà argomenti quali il settore musicale e il contesto competitivo, analisi della domanda e dell’offerta, come cambiano i consumi giovanili, analisi delle tendenze e come i portali più innovativi parlano di musica.

ATER: Quali sono le sue esperienze più significative nel settore musicale e, secondo lei, come sta cambiando in riferimento alle nuove tecnologie?

Pierfrancesco Pacoda: La mia esperienza più significativa è sicuramente legata al periodo, nell’immediato passato, nel quale mi sono occupato della comunicazione di Irma Records, una etichetta di Bologna che, a fine anni ’90, aveva conquistato un importante segmento di mercato internazionale investendo sul suono italiano dei nuovi musicisti elettronici e della cosiddetta “cocktail music”. Cito in particolare le tre serate Irma ospitate dal prestigioso festival jazz di Montreux in Svizzera, i concerti al Blue Note di Londra, i festival a Parigi. Mentre, per venire ad oggi, ho curato la comunicazione internazionale delle ultime due edizione del festival “La Notte della Taranta” a Melpignano, riuscendo a portare le tradizioni del Salento, terra dalla quale provengo, sui grandi media internazionali. Il mercato è cambiato in maniera irreversibile, l’avvento della tecnologia digitale ha portato al suo compimento un lungo processo di “democratizzazione” del fare musica.

ATER: Durante il corso si occuperà dell’analisi della domanda e dell’offerta dell’industria musicale. Può fornirci qualche anticipazione?

PP: Mi occuperò in particolare delle “nuove’” geografie del mercato musicale, che hanno portato sulla scena nazioni sino ad ora lontane dai consumi internazionali delle culture giovanili e che oggi, invece, rivestono un ruolo simile a quello dei paesi anglosassoni. Penso a quello che succede, ad esempio, con Serbia e Croazia, diventate negli ultimi anni, nazioni che, con i loro festival, attraggono grandi folle giovanili.

ATER: Quale consiglio darebbe ai giovani che vogliono avviare un’impresa nell’industria musicale, anche in chiave internazionale?

PP: Scommettere su musiche che esprimano una definita localizzazione, ma che sappiano fare uso di un linguaggio internazionale. Meno rock e più world music, meno jazz e più elettronica, cercando subito di trovare la via più immediata per essere invitati, anche solo con una minuscola presenza, ai festival internazionali. Che non significa guardare a Londra o a Parigi, ma alle nazioni cosiddette “emergenti’” Ma di questo parlerò nella mia lezione…

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